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“E’ significativo che venga un professore dall’America per parlarci della questione meridionale, perché magari ci aspetteremmo qualcuno che viva più da vicino la situazione. Le chiediamo quindi qual è stato il Suo iter di studi e come è nata la Sua passione per l’Italia?”
“Quando frequentavo ancora il liceo, avevo già maturato una passione per la storia italiana, soprattutto medievale; perciò, prima di andare all’Università, sono stato a Firenze dove ho studiato l’italiano per un paio di mesi. Poi sono tornato in Inghilterra e ho iniziato gli studi universitari all’università di Oxford.
Quell’inverno (1966) c’è stata l’alluvione a Firenze, così son tornato nel capoluogo toscano e vi ho passato 10 giorni, aggregandomi ai gruppi di volontari che venivano da tutte le parti del mondo; questo non ha fatto altro che accrescere la mia passione per l’Italia: così all’università mi interessai soprattutto di storia italiana. Quando poi ho iniziato a fare degli studi post-laurea ho deciso di studiare l’Italia, ma soprattutto l’Italia meridionale, perché avevo l’impressione che tutti si interessassero della storia del Rinascimento o della storia del Fascismo, e volevo vedere se ci fosse una storia diversa. Non c’era nessuno della mia università che si interessava di queste cose con l’eccezione di Max Smith, che mi ha dato molti appoggi. Nel 1970 sono arrivato a Napoli all’istituto Croce così ho incominciato a studiare la storia dell’Italia meridionale, dall’Ottocento all’ultimo periodo borbonico. Dopo di che mi sono interessato anche di altre cose, ma ho avuto sempre questo interesse soprattutto dal punto di vista storico, perché all’estero questo problema viene quasi completamente trascurato. Ho visto semplicemente come la storia di una civiltà che ha vissuto dei momenti di grande importanza, soprattutto prima del Medioevo, ha avuto un declino inarrestabile e questa interpretazione non mi convinceva. Ho pubblicato recentemente un libro proprio sulla storia borbonica incominciando però con l’Illuminismo fino alle rivoluzioni del 1820-21; io ho avuto sempre più in mente il problema del Mezzogiorno attuale. Come mai questo si spiega attraverso la storia? E’ vero quello che dice più o meno Carlo Levi (nel suo romanzo Cristo si è fermato a Eboli) che tutto è sempre stato così, ma io invece non trovavo una storia, ma tantissime storie del Mezzogiorno, completamente diverse. “Cosa ne pensa della sensibilizzazione dell’opinione pubblica in Italia circa la questione meridionale?” Questa è una domanda che per me è più difficile, io conosco abbastanza bene come si è sviluppato negli ultimi 10-15 anni il dibattito sul Mezzogiorno, e non c’è dubbio che si trova in un momento di grande difficoltà perché quelli che veramente speravano agli inizi degli anni ‘90 che questo sarebbe stato un nuovo momento di apertura, di rinnovamento, di cambiamento, sono rimasti talmente delusi che adesso non vogliono più sentire parlare di Mezzogiorno. Poi dall’altro lato penso che ci sia anche un gioco politico, perché non è casuale che nel Mezzogiorno troviamo livelli bassissimi di produttività e livelli altissimi di consumo, cioè il consumo sta all’altezza dei paesi più ricchi del mondo (vestiti, macchine). Come mai? Questo fa parte di una politica che cerca di nascondere l’esistenza del problema, perché se ci fosse una mancanza di capacità di consumi, ci sarebbero problemi da parte di coloro che non hanno stipendi sufficienti ad avere i beni di consumo. Questo fa parte di una politica che serve a mantenere questa debolezza, perché non c’è dubbio che in questa situazione parecchi riescono a diventare ricchissimi e mantenere i livelli di consumi alti. La questione meridionale è complessa, non è quello che si vede. Cinquantenni fa bastava andare anche nei paesi e nei campi per vedere la miseria che adesso non esiste più. Il livello di contestazione è diminuito, anche perché è cambiata l’Italia, è cambiata l’Europa. Quei partiti politici che prima si mettevano in lotta adesso non esistono più “Ci sono dei segnali di cambiamento nell’ultimo governo Prodi?” Su questo io non sono in grado di commentare, però basta leggere la relazione SVIMEZ e i commenti del presidente della SVIMEZ, Nino Novacco, per trovare commenti negativi. “Ci parli invece della questione settentrionale, quando è nata e qual è il rapporto con la questione meridionale” Già il termine questione settentrionale è un equivoco; esiste perché ci sono diversi problemi strutturali nell’economia italiana di oggi e del passato. Il sistema di modernizzazione ha avuto anche elementi di debolezza; c’è sempre stata da parte dei governi italiana una tendenza a promuovere le zone più avanzate e spesso le esigenze del Mezzogiorno sono rimaste subordinate rispetto a quelle del Nord. Le liste del Nord hanno cercato di proporre la questione settentrionale come un fatto della stessa importanza della questione meridionale e questo non è vero. I settori tradizionali perdono terreno nei settori mondiali, quindi è necessaria una trasformazione anche nel Nord. Sono problemi di aggiornamento di una struttura che in gran parte è efficace. Nel Mezzogiorno invece sono ancora necessari degli investimenti di base; il progetto di recupero del Mezzogiorno diventerà sempre più difficile. “Un 4 di uno studente del Nord equivale ad un 6 o ad un 7 di uno studente del Sud. Secondo lei esiste davvero questo divario culturale tra Nord e Sud?” Io so che queste cifre sono state pubblicate anche sulla stampa italiana tra Maggio e Giugno di quest’anno, io non posso dire se questi riflettono delle verità o meno. Forse i dati più sicuri sono riportati nella relazione SVIMEZ, che riportano una debolezza delle università scientifiche nel Sud. Il numero dei ragazzi che si laureano in discipline scientifiche sono sempre di meno. “Un commento al volo, un invito che vorrebbe fare?” Mi dispiace un po’ che pochissimi dei giovani avevano delle domande da fare durante queste lezioni. Io vengo da fuori e per me sarebbe stato molto interessante capire come voi giovani vivete questa situazione e quali sono le vostre reazioni. Forse sarà per un’altra volta. |